Come scrivere la tristezza: consigli e riflessioni sulla scrittura creativa legata all’emotività

Emotività e sensibilità -come sappiamo- sono gli ingredienti fondamentali di ogni buona ricetta di scrittura creativa.
Non servono piatti troppo elaborati per apprezzare una scrittura curata al punto giusto, ricca di sensibilità e capace di comunicarci con leggerezza anche le emozioni più profonde, i sentimenti più intimi.

Scrivere la tristezza è un’operazione diversa dallo scrivere contro la tristezza.

Ed è qualcosa di più difficile e complesso.

Come ho già scritto in un articolo dedicato alla scrittura creativa per piacere (che trovi QUI), scrivere è un atto creativo controllato, che arriva dopo l’emozione e va al di là del sentimento.
Non si può prescindere, certo, da una forte carica emotiva che spesso chi scrive si trova a provare in prima persona, ma è vero anche che non necessariamente lo scrittore proverà sulla sua pelle tutte le sensazioni che dovrà descrivere e scrivere.

Ciò di cui c’è bisogno, quando ci troviamo a scrivere la tristezza, o qualsiasi altra emozione -la rabbia, la delusione, l’amore- è una buona dose di sensibilità, che ci permetta di immedesimarci, pur mantenendo la debita “distanza di sicurezza“. 

Scrivere la tristezza: troppo coinvolgimento o troppo poco?

Quando parliamo di tristezza, la questione si fa ancora più delicata.
Molto probabilmente (ma non sempre è così) ciò che ci spinge a scrivere la tristezza è l’aver provato, almeno una volta nella vita, una grande tristezza.
I motivi possono essere i più vari, né si tratta necessariamente di un evento catalogabile come “tragico”, agli occhi del resto del mondo. 
Si tratta, o si è trattato, tuttavia, di qualcosa di molto forte a livello personale, che ci ha colpiti nel profondo, tanto da sviluppare in noi una particolare sensibilità per queste tematiche.

Così, quando ci troviamo a descrivere un’emozione di tristezza, solitudine o dolore, riviviamo in parte il nostro dolore, quel momento lancinante di sofferenza che il tempo ci ha fatto lasciare alle spalle, ma che è pronto a riaffiorare nei nostri cuori e sulla punta della nostra penna.

Ecco allora che siamo in bilico, tra l’incapacità di immedesimarsi emotivamente nella scena e il pericolo di essere fin troppo coinvolti.
Ma come trovare una giusta via di mezzo?

Il recupero cosciente del dolore

In termini freudiani, intendiamo con “ritorno del rimosso” il ripresentarsi di un qualcosa che credevamo superato a livello cosciente, ma che nel nostro inconscio è rimasto vivido e vitale.

Un esempio più concreto? 
Quando chiamiamo il nostro fidanzato con il nome del nostro ex. Com’è potuto accadere?
Ci siamo lasciati da anni, non lo amiamo più e niente è rimasto di quell’antico sentimento, eppure d’improvviso il suo nome affiora alle nostre labbra, nonostante tutti i filtri della nostra razionalità.
Curioso, vero?

Ciò può accadere per molte altre cose, a volte senza che ce ne rendiamo conto. È il bagaglio immenso e a volte oscuro nel nostro Es, che può sorprenderci o spaventarci e che a volte è impossibile controllare.

Nella scrittura creativa, l’emozione conta quanto la razionalità, così che l’elemento istintuale torna a giocare un ruolo di primo piano nello scrivere la tristezza.

Tuttavia il recupero del dolore e del sentimento non deve essere, come dicevamo poco sopra, irrazionale e incontrollabile.
Si deve trattare, anzi, di un recupero cosciente del dolore, filtrato attraverso una visione più lucida, distaccata, in qualche modo filtrata dalle nuove circostanze.

Proprio questo filtro ci consentirà di rielaborare la materia amorfa della nostra emozione, plasmandola secondo la nostra volontà alle esigenze della situazione narrativa da descrivere.

Come dosare sapientemente la tristezza: qualche consiglio pratico

  1. Scrivere la tristezza e poi correggerla. Scrivere di getto il nostro testo, in preda alle emozioni del momento, può essere a volte un’esigenza insopprimibile.
    Tuttavia fermiamoci sempre a rileggerlo, quando il sentimento si sarà smorzato, per valutarlo in modo più distaccato e oggettivo. 
  2. Mettersi nei panni altrui. Anche se la situazione descritta ci tocca da vicino, dobbiamo sempre ricordarci che noi non siamo il nostro personaggio.
    Per quanto affini e con tratti autobiografici, il personaggio ha un suo proprio carattere e una sua personalità e dovrà sempre essere coerente a se stesso. 
  3. Se non ti senti triste… Sei sicuro di voler scrivere la tristezza?
    Forse il tuo racconto non lo richiede ora, forse dovrai aspettare un altro momento e stato d’animo. 

    Tuttavia, un abile scrittore dovrà essere in grado di immedesimarsi almeno un poco nel sentimento richiesto dalla storia. 
    Prova, ancora una volta, a metterti nei panni del personaggio e senti veramente tuo il suo dolore. 
    Fidati: se fingi, si vede.

E voi? Avete qualche tecnica o segreto di scrittura creativa per descrivere la tristezza e altre emozioni? 
Scrivetelo per commento!

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Alessia Pellegrini

Studentessa di lettere e coltivatrice di sogni. Li annaffio, li nutro e mi addormento con loro alla sera. In questo spazio parlo delle mie passioni, in particolare di scrittura creativa e scrittura per il web. Amo imparare, sperimentare e crescere, pur rimanendo sempre un po' bambina.

4 commenti

Magda Ramunni · gennaio 4, 2018 alle 10:37 pm

Sempre puntuale,Alessia.È un piacere leggere i tuoi articoli

Nicola · settembre 9, 2018 alle 10:01 pm

niven98@virgilio.it
mi sono cimentato in una composizione poetica e mi sono accorto quanto l’gnoranza dei termini possa essere uno schock.
Diciamo che mi sono arenato qui: Ci son momenti che-nella mia vita ho avuto-dubbi e solitudine-all’ombra della tristezza più !?!?
sono bloccato.che consiglio mi darebbe per completare l’espressione.Grazie, Nicola

    Alessia Pellegrini · settembre 10, 2018 alle 2:23 pm

    Ciao Nicola, innanzitutto ti ringrazio del commento e di aver condiviso qui i tuoi versi. Cimentarsi con la poesia e con le parole è sempre un buon esercizio!
    Il lessico, come giustamente noti, è di fondamentale importanza, tuttavia non è l’unico fattore che dobbiamo prendere in considerazione.
    Dobbiamo chiederci che cosa vogliamo esprimere e in che modo vogliamo comunicare al lettore le nostre emozioni.
    Soprattutto in poesia non esistono espressioni fatte, o aggettivi canonici relativi a determinate parole. Quindi ti chiedo: come vuoi che il lettore percepisca la tristezza di cui parli?
    Che cosa rappresenta per te?
    È straziante, oscura, fuorviante, tremenda, opprimente? Tiene prigionieri, occultati, reclusi, esclusi? Oppure può essere anche per certi versi dolce, struggente, invadente, inesprimibile, asfissiante, tenera, rosea, lucente, splendente.

    Cerca di chiarire prima di tutto che cosa vuoi esprimere con le parole e cerca poi l’aggettivo o l’immagine che risponda meglio a ciò che hai in mente. Prova a far sentire il lettore coinvolto nel tuo sentimento.
    Fammi sapere come va!

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