Gloria d’Aprile – Racconto inedito
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Tutto quello che c’era era un manto scarlatto adagiato con grazia su di un comò consunto.

Sulla poltrona fonda dimoravano i due e, fitti fitti stretti stretti, parlavano e baciavano, labbra a labbra, cuore a cuore. Scoppiettavano, strepitavano, le fiamme. E il sofisma moltiplicava il piacere. Ogni luna cullava i suoi amanti e la loro erano occhi perlacei così innaturali, e belli.

E lui beveva vino rosso. Pittoresco.

E lei rideva come un sonaglio. Delizia.

Tutte le statuette d’argilla, bontà di pessimo gusto, e di vetro, applaudivano a quella scena. Magica, come recitata, da tanto era bella. Lei snella e agile, lui forte e asciutto. Suvvia, era perfetto! Fra vino, risa, calore, baci e scherzi…

Fu allora che bussò.

Ed era talmente in contrasto con tutto, che faceva ribrezzo.

Nero nero con un manto scarlatto e aveva pelle gialla e baffi scuri scuri e occhi come un demone, ci giurerei, però erano nascosti da un cappello grande. Sproporzionato. Enorme. Un grande gran cappello. L’ho detto? Era gigante!

“Dai provàtelo!”. Tuonò gentilmente.

E lui lo indossò, noncurante.

E lei lo indossò, sorridente.

Tutto quello che c’era era un manto scarlatto adagiato con grazia su di un comò consunto.

Sulla poltrona fonda dimorava un gran cappello.

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