Fiore nel Deserto

René. Tragedia in quattro arti

rené racconto di alessia pellegrini
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René

René nacque in un caloroso mattino d’estate e nessuno venne a vederlo, poiché tutti erano troppo occupati nei mille lavori domestici.
Sua madre neppure, lo vide, e morì dando al mondo quella singolare creatura. Rosa, la governante che aveva assistito la signora nel suo infinito travaglio, allungò le braccia paffute e sudate per stringere a sé il fagotto piangente e ciò che vide la inorridì al punto che non riuscì a trattenere un grido. Tenue, atroce. René.

Non erano dei lineamenti fuori posto, anzi. Tutti erano perfettamente armonizzati, proprio dove sarebbero dovuti stare, seppur compressi nel minuscolo faccino dell’infante. Le proporzioni del suo corpicino rasentavano la perfezione, nonostante il lungo ed estenuante travaglio che era durato ben due giorni e due notti. Il suo vagito, che si era fatto attendere così a lungo e aveva consumato la povera madre, era risuonato melodico non appena il suo vispo occhio aveva visto la luce. Le membra del piccino si dibattevano naturalmente, ognuna come doveva, e le piccole manine arrossate, dalle cinque dita ciascuna, si chiudevano febbrilmente e riaprivano quasi con ferocia, in un impeto che già, forse, aveva dello straordinario.

Ma sicuramente più incredibile, sconvolgente, inaudita, opprimente, spaventosa e terrificante era l’enorme croce di legno che insieme a quel corpo minuscolo si stagliava sulle lenzuola madide di sudore e di sangue.
Rosa non fece in tempo ad accorgersene che iniziò a indietreggiare, incapace di emettere alcun suono eccetto quel soffocato grido, troppo scossa perfino per chiamare aiuto, per fuggire via, per chiedere perdono. E a chi?

Da ogni ligneo braccio, fissato con uno strano collante irremovibile, si diramava un lungo filamento, bianco, quasi niveo, ma dalla ferrea consistenza, che si snodava sinuoso e terminava, con sconcertante precisione, al centro del dorso delle quattro piccole membra. Al centro della croce, invece, un filo affine andava a conficcarsi, lievemente, nella piccola nuca di René. 

René…
Fu così che ebbe inizio la tragedia.

Si muoveva se qualcuno muoveva i fili. Annuiva, rifiutava, ma più spesso rimaneva immobile, taceva impenetrabile. E non sapevi se volesse ancora essere scosso, animato in quelle membra di bambino-marionetta, oppure, semplicemente, restare fermo lì. A guardare, captare movimenti e pensieri con quegli occhi vispi. Osservare come il mondo, inorridito, preferisse piuttosto distogliere lo sguardo. 

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